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25 Luglio 2016 -RS-Opinioni- Estero ed Italia in rifacimento.

 


lastampa.it
20160621
Il Referendum può nuocere alla democrazia
Uco DE Siervo
Per capire gli esatti termini della scelta che é posta a ciascuno di noi elettori dal futuro referendum sulla modificazione costituzionale approvata dal Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi, occorre in via preliminare rifuggire dall’uso dei vecchi trucchi retorici di rappresentare in termini impropri o del tutto esagerati il contenuto della riforma o le sue finalità.
Scrivere che l’obiettivo della riforma sarebbe addirittura l’eliminazione dell’instabilità politica, della lentezza decisionale e dell’incertezza dei diritti é davvero illusorio e falsante, perché questa riforma, pur assai ampia, non riguarda affatto temi del genere e addirittura contiene alcune innovazioni che sembrano andare in tutt’altra direzione. Ed, anzi, a esaminarla davvero, emergono perfino gravi rischi di un complessivo peggioramento della nostra democrazia.

I contenuti fondamentali della riforma sono, infatti, l’eliminazione del cosiddetto bicameralismo eguale e paritario a favore di un bicameralismo diseguale, che dovrebbe essere rappresentativo delle istituzioni territoriali; la modificazione di molte fonti normative dello Stato; la profonda riforma dell’attuale ordinamento del nostro regionalismo; l’eliminazione del Cnel e delle Province; alcune modificazioni relative al Presidente della Repubblica ed alla Corte costituzionale.
In tema di Senato, rifiutato il modello del monocameralismo, in modo assai confuso si è fatta la scelta della Camera rappresentativa del pluralismo territoriale; mentre si esclude che quest’organo debba “dare la fiducia” al governo, a cui quindi basteraà quella espressa da parte della Camera dei deputati (in cui la nuova legge elettorale dovrebbe garantire l’esistenza di una sicura maggioranza), molto dubbio è che il nuovo Senato rappresenti autorevolmente il nostro pluralismo territoriale: 74 consiglieri regionali e 21 sindaci, scelti dai Consigli regionali (e non dagli elettori) per fare i Senatori "a tempo limitato" (dovrebbero continuare ad operare nei loro enti) e cinque Senatori di nomina presidenziale (privi di ogni rappresentanza dei territori) rischiano di costituire un organo assai debole.
Ma soprattutto non si capisce cosa esattamente debba fare quest’organo a tutela delle autonomie territoriali: in particolare le sue ridotte funzioni legislative paradossalmente non riguardano mai le leggi che il Parlamento dovrà fare per distinguere le competenze statali da quelle regionalj, invece riservate alla Camera dei deputati, sotto l’influenza dei ministeri romani e delle loro burocrazie.
Ma poi quest’organo continua ad avere potere legislativo pieno in alcune significative materie ed è incaricato di svolgere penetranti funzioni di controllo sul funzionamento delle istituzioni, il che è
davvero contraddittorio per un organo che non deve dare più la fiducia al governo.
In tutto ciò le procedure di adozione delle leggi statali, con i diversi ed incerti ruoli di Camera e Senato, si complicano moltissimo, con conseguente allungamento dei tempi e con il rischio di una crescente litigiosità in materia (la Corte avra molto da lavorare).
Quanto alle Regioni ad autonomia ordinaria (15 su 20) la loro autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria viene drasticamente ridotta in ambiti assai limitati e comunque incerti (la conilittualità Stato/Regioni comunque continuerà per la pessima redazione dei testi della riforma): con la scusa della necessita di porre rimedio ad errori ed esagerazioni della riforma del 2001, si opera in realtà una generale drastica modificazione riduttiva dei poteri regionali che mette in forse le stesse originarie scelte della Costituente e riduce le Regioni a poco più di grandi Province.
Tutto ciò equivale ad un forte ritorno indietro, verso un grande accrescimento dei poteri e della consistenza delle arnministrazioni ministeriali.
Ma forse il netto e confuso riaccentramento statale espone pure a rischi alcuni diritti sociali (all’assistenza, alla sanità, alla cultura, ad esempio) finora realizzati tramite le amministrazioni locali.
Tutto ciò - per di più - escludendo da ogni analoga disciplina le ciuque Regioni speciali (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta), che anzi appaiono accresciute di poteri, malgrado
che siano state sempre molto criticate.
Perfino la clausola di supremazia ed i nuovi controlli sugli organi regionali (per non parlare della riduzione dei privilegi finanziari) sono rinviati a quando questi enti consentiranno alle tnodiiiche dei loro ordinamenti.
Ma allora davvero perde di ogni razionalità il nostro regionalismo e si introducono pericolosi fattori di polemica fra le popolazioni dei diversi territori.
Nessun problema invece per l’eliminazione del Cnel e delle Province, così come per la migliore disciplina dei decreti legge o qualche maggior potere del governo e dei soggetti sociali nei procedimenti legislativi.
Ma nessuno acquista una nuova automia per alcune buone innovazioni se in essa, e per di più in parti essenziali, si rilevano tutta una serie di gravi difetti.
Infine nella riforma costituzionale vi sono perfino alcune conseguenze assai discutibili su1l’assetto dei poteri di bilanciamento e di controllo: da una parte l’aumento delle maggioranze necessarie per la nomina del Presidente della Repubblica, anche dopo molteplici votazioni, paradossalmente può favorire il governo perché il Presidente potrebbe non essere eletto a lungo o essere infine il frutto di un’intesa su un candidato debole; dall’a1tra la Corte costituzionale viene spinta in ambiti piu vicini alla politica (esame preventivo della leggi elettorali; molteplici competenze nelle liti Camera/Senato e nei nuovi vizi "formali") e la nomina di due giudici direttamente da parte del Senato può contribuire a politicizzarne maggiormente la composizione.
In conclusione. occorre ribadire che le revisioni costituzionali possono essere opportune anche per adeguare saggiamente una Costituzione, ma che ciò va fatto con estrema attenzione e precisione, specie là dove si tenti una revisione ampia e complessa: nel nostro paese vi sono stati ben 35 casi di revisioni costituzionali o di integrazioni costituzionali, senza che si sia verificato alcun dramma anche quando nel 2006 un’ampia riforrna costituzionale é stata respinta dal corpo elettorale.
Quindi anche ora serve più sincerità valutativa e minor terrorismo o demagogia.
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lastampa.it
20160622
Nuova Carta con più diritti e stabilità
LUCIANO VIOLANTE

 

La riforma costituzionale ha 1’obiettivo di guarire l’Ita1ia dai suoi tre mali più profondi: instabilità politica, lentezza decisionale, incertezza dei diritti.
Negli ultimi venti anni abbiamo avuto dodici governi, a fronte dei sei di Germania e Spagna. La mancanza di uno stabile indirizzo politico impedisce scelte strategiche.
Procedure parlamentari e amministrative che risalgono nl secolo scorso rendono le decisioni lente, confuse e, non raramente, arbitrarie.
Una disordinata ripartizione di compotemse in Stato e Regioni favorisce una aorta di localismo regolatorio che rende incerti i diritti dei cittadini e delle imprese.
Nei rating internaziondi non siamo indietro perché siamo incapaci; siamo indietro perché il nostro slstema costituzionnle non è stabile, non é rapido, non riapetta i diritti dei cittadlni.
Le nostre capacità o vanno all'estero o si spengono. E' difficile contestare queste finalità; ma occorre accertare se i mezzi predisposti sono adeguati.
1. La tiducia al governo sar conferita o revocata non più da entrambe le Camere ma solo dalla Camera dei deputati, eletta con il premio di maggioranza previsto dall’Italicum. La doppia fiducia, di Camera e Senato,
un unicum nel panorama europeo, é stata una mina vagante per molti governi, compreso il
governo Renzi che al Senato si sostiene con il voto del gruppo che fa capo al senatore Verdini. Con la fiducia da parte della sola Camera il terreno e sminato.
2. Si teme che l’Italicum possa attribuire al presidente del Consiglio, chiunque esso sia, un eccesso di potere. L’unico modo per verificarne la correttezza costituzionale é sollecitare l’intervento della Consulta. Questo intervento é prevlsto dalla stessa riforma che attribuisce a un quarto dei deputati o a un
terzo dei senatori il potere di chiedere alla Corte Costltuzionale la verifica delle leggi elettorali subito dope la loro approvazione. Il vantaggio di questa soluzione è di avere il gindlzio della Corte prima dell'applicuione della legge ed evitare quindi, in caso di incostituzionalità, totale o parziale, le polemiche sulla legittimazione del Parlamento. Chi ha timore dell'Italicum dovrebbe votare Sl al relerendum per poter consentire l'esame immediato di quella legge elettorale. Chi vota No pcrché non condivide quella legge elettorale, paradossalmente la consolida perché impedisce la pronuncia preventive della Consulta.
3. I procedimenti legislativi sono due. Quello bicamerale,  che riguarda un ristretto numero di legi, per esempio quelle costituzionali, e quello monocamerale, che riguarda tutte le altre che vengono approvate
dedinitivamente dalla sola Camera dei deputati. ll Senata, se lo ritiene, può rlchlamare la legge approvata a Montecitorio entro dieci giorni e ha ancora  trenta giorni per apportare modifiche. La Camera decide poi in via definitiva. I termini di dieci e trenta giomi sono ridotti per alcuni tipi di leggi, che richiedono una particolare celerità, come le leggi di bilancio o quelle che intervengono nelle competenze regionnli al fine di tutelare l’interesse nazionale.
Le leggi approvate dalle Camera e non richiamate dal Senato eutro dieci giorni diventano definitive.
4. Il goveno può chiedere alla Camera il voto a data fissa, entro 70 giorni  per provvedimenti essenziali all'attuazione del programma di governo. La Camera, se vota la proposta, si vincoa entro il termine che lei stessa ha. Si tratta di una misura che bilancia la riduazione della possibilità di ricorrere ai decreti legge e che dà al guvogno la certezza sui tempi di approvazione di provvedimenti ritenuti necessari, anche sul piano dei rapporti con la comunità internazionale.
5. I cittadini possono approvare direttamente leggi di iniziativa popolare attraverso il referendum propositivo.
6. il Senato ha 95 componenti elettivi e 5 nominati dal Presidente della Repubblica tra le personalità eminenti del Paese per sette anni e non rinominabili. I senatori sono quindi cento (i senatori tedeschi sono 69) più gli ex Presidenti della Repubblica che restano senatori a vita. I 95 sono eletti per ciascuna regione dal Consiglio regionale tra i consiglieri regionali e i sindaci. I senatori che provengono dai consigli regionali sono eletti "in conformita alla scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi", secondo le modalità stabilite da una legge bicamerale. Pertanto gli elettori dovranno scegliere, oltre al proprio candidato che, se eletto, resterà in consiglio regionale, il proprio candidato al consiglio regionale che, se eletto, sarà candidato al Senato.
7. I senatori conservano le funzioni di consigliere regionale o di sindaco, come fanno già oggi i loro colleghi tedeschi, spagnoli o francesi. Occorrerà una efticiente organizzazione del lavoro del Senato e dei Consigli regionali per consentire un adeguato svolgimento delle due funzioni.
8. Il Senato non é una Camera morta. Ha compiti sia legislativi sia di controllo. I primi sono ridotti rispetto a oggi. Quelli più rilevanti e più nuovi sono i compiti di controllo che riguardano questioni cruciali come la
valutazione delle politiche pubbliche, lattività delle pubbliche amministrazioni, l’attuazione delle leggi dello Stato, l’impatto sui territori delle politiche dell’Ue. Svolge inoltre funzioni di raccordo tra Stato, Regioni, Comuni e Ue. Si tratta quindi di una Camera che funge da garanzia per i cittadini e da utile contrappeso nei confronti della Camera e del  Governo.
9. Sono previsti limiti ai decreti legge. Il governo non potrà piu ricorrervi con la disinvoltura attuale e non potranno più essere presentati al Parlamento decreti omnibus dove sono ammassate norme disparate, non omogenee e di difiicile reperibilità non solo per i comuni cittadini ma anche per i tecnici.
I decreti devono recare misure di immediata applicazione, e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo. Il Parlamento non pub approvare disposizioni estranee all’oggetto.
10. Le decisioni sulle grandi infrastrutture strategiche (autostrade, reti energetiche, banda larga) sono sottratte alle Regioni e attribuite allo Stato. In compenso le Regioni, attraverso i loro senatori, partecipano alla legislazione nazionale e al controllo sull’azione del governo. Il governo può intervenire anche su competenze regionali quando é in pericolo l’unità giuridica o economica della Repubblica.
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Corriere.it
20160715
Nizza: la Francia si riscopre vulnerabile
Massimo Nava

L’attacco terroristico che ha colpito a morte Nizza è purtroppo una drammatica conferma di alcuni dati di fatto emersi dalle ultime tragedie.
In primo luogo, l’estrema esposizione della Francia alla minaccia terroristica, pur nella logica di un’offensiva criminale che si ripercuote indiscriminatamente sull’Europa, l’Occidente, il Medio Oriente e che colpisce nel mucchio senza troppe distinzioni di razza e religione. La Francia continua a pagare il prezzo più alto, nonostante la legislazione d’emergenza, le misure di sicurezza, la capillare opera di controllo e prevenzione,
evidentemente non ancora sufficienti. Questo accade poiché la presenza sul territorio di gruppi estremisti è piuttosto diffusa e può contare su un’area di consenso o quantomeno di omertà, ancora poco esplorata e forse per molto tempo non vista dalle autorità per una sorta di autocensura culturale e/o per una sottovalutazione degli stessi fenomeni.
È un fatto che le periferie francesi siano una polveriera sociale, un’area di controcultura e di emarginazione e proselitismo, di micro-criminalità e traffici criminosi. Basta la semplice ricostruzione di biografie di giovani
terroristi per riscontrare quasi sempre un percorso di devianza criminosa fino alla radicalizzazione islamista che ha poco o nulla della conversione religiosa, apparendo piuttosto come un pretesto-rifugio o una sorta di riscatto personale o giustificazione del proprio gesto.
In secondo luogo, la Francia è più esposta di altri paesi sulla scena internazionale per una serie di decisioni che non datano da oggi: dall’intervento in Libia e l’eliminazione di Gheddafi alle operazioni più recenti in Siria, Iraq, Maghreb e Africa sub-sahariana.
La connessione con il terrorismo interno non è automatica, ma sono del tutto evidenti – e confermate da molte indagini – il pendolarismo di foreign fighters, l’area di consenso, lo scambio di informazioni fra aree metropolitane e teatri di conflitto.
Un terzo elemento da non sottovalutare riguarda nello specifico l’area di Nizza e più genericamente il Midi della Francia. La narrazione giornalista ha spesso acceso i riflettori sulle periferie dell’area metropolitana di Parigi, trascurando il fatto che sulle colline alle spalle della Promenade des Anglais sono cresciuti negli anni quartieri ghetto di vecchia e nuova immigrazione che hanno fatto emergere problemi di ordine pubblico e criminalità comune sempre più pesanti.
L’attentato di Nizza conferma anche un cambio di passo del terrorismo che tende a colpire laddove i controlli sono meno rafforzati, nel modo più imprevedibile e in fondo più facile. È un cambio di passo che vorrebbe dimostrare appunto l’estrema vulnerabilità del sistema, della nostra società, del nostro modo di vivere, al di là delle misure di prevenzione.
Infine, colpire la festa nazionale suona anche come un terribile sfregio alle istituzioni e alla società francese. Dopo l’organizzazione dei Campionati europei di calcio, messa a punto con grande professionalità ed eccezionale dispiego di mezzi, la Francia aveva tirato un sospiro di sollievo, forse inconsciamente aveva persino allentato le difese.
È complicato esplorare i meandri ideologici e strategici dell’offensiva terroristica sul suolo francese, ma non è azzardato intravedere una cinica volontà di aggravare la crisi sociale e politica del paese, di destabilizzare governo e istituzioni, di allargare il solco fra le forze politiche e le diverse componenti sociali. Una volontà che colpisce in prima linea la Francia ma che interessa nel suo complesso l’Europa intera in un momento di estrema debolezza e confusione, proprio quando occorrerebbero estrema coesione.
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20160716
Italia 2016: Proposte per un federalismo ancora possibile
Alfonso Iozzo

Il Centro Studi sul Federalismo (CSF) nel gennaio 2014 pubblicò un rapporto intitolato Italia 2014: proposte per un federalismo possibile. Quel documento si proponeva di approfondire, in modo propositivo, gli aspetti salienti del  riassetto istituzionale e del federalismo fiscale in Italia, anche alla luce del nuovo quadro istituzionale europeo e dei vincoli che da esso discendono.
Il "governo multilivello" è al cuore dell’attività di un Centro Studi come il nostro. Il “federalismo” è insieme una teoria e un progetto istituzionale, che riguarda la non facile ripartizione di ruoli e di responsabilità e la ricerca di equilibri sostenibili fra livelli territoriali e di governo sempre più interdipendenti: dalla Città, alla Regione, allo Stato, all’Unione europea, fino alla dimensione globale.
Il CSF si propone quindi di fornire adeguati strumenti di analisi e d’intervento su tutti questi temi, con una costante attenzione anche alla dimensione comparata con altri stati federali europei. Questo rapporto Italia
2016: proposte per un federalismo ancora possibile si rivolge anzitutto ai decisori politici, ma anche all’opinione pubblica, in vista della realizzazione di un disegno coerente di federalismo istituzionale e fiscale.
In Italia il percorso delle riforme costituzionali è arrivato a una tappa importante con il testo approvato dal Parlamento il 12 aprile 2016, che dovrebbe essere sottoposto a referendum nel prossimo autunno.
Rimane invece in un limbo il tema del federalismo fiscale, in tempi di crisi e ricentralizzazione della finanza pubblica, ma indispensabile per definire rapporti coerenti e responsabilizzati fra più livelli di governo.
Gli interventi qui raccolti – giù usciti come Research Paper del CSF – si concentrano, sul piano istituzionale, sul superamento del bicameralismo paritario e sul riordino delle competenze tra Stato e Regioni (Bilancia e
Scuto) e sul ruolo e la composizione del Senato delle Autonomie, in una prospettiva comparata (Mastromarino).
Sul piano della finanza locale, sull’impatto dell’introduzione del pareggio di bilancio per gli enti locali, con una serie di proposte per limitarne gli effetti distorsivi (Rizzo), sul finanziamento della spesa locale, con particolare attenzione alla proposta di una local tax (Revelli) e su un quadro d’insieme sul processo di attuazione, ancora incompleto, del federalismo fiscale in Italia, con indicazioni sulle strade percorribili per una sua ripresa (Piperno).
Su alcuni di questi temi sono già arrivati segnali incoraggianti – ad esempio nella revisione delle norme sul pareggio di bilancio, per favorire gli investimenti degli enti locali. Su altri proseguirà l’impegno del Centro nel
monitoraggio e nella valutazione delle riforme approvate o in discussione.
Sempre con la consapevolezza che a nessun livello territoriale e istituzionale la “rappresentanza” e il “governo” possono ormai essere a compartimenti stagni, in un mondo complesso e interdipendente.
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la stampa.it
20160723
I punti deboli delle critiche
GIOVANNI SABBATUCCI

La legge elettorale chiamata "Italicum", destinata a sostituire l’aborrito "Porcellum", é entrata in vigore nel marzo 2015, a conclusione di un lungo dibattito parlamentare che ha comportato non poche mediazioni e sostanziali aggiustamenti rispetto all’iniziale progetto govemativo.
Oggi si parla di cancellarla e di riscriverla daccapo, sostituendola con un testo completamente diverso, simile a quello del 1993 (il "Mattarellum") su cui si fondò il sistema politico della seconda Repubblica.
Sarebbe un fatto clamoroso, che non trova riscontri nella pur travagliata storia della legislazione elettorale italiana.
Un precedente in realtà esiste, ma per trovarlo bisogna risalire ai ternpi di Mussolini: quando il duce, per
scompaginare la fronda dei fiancheggiatori moderati all’indomani della crisi-Matteotti, propose (dicembre 1924) un disegno di legge che reintroduceva il collegio uninominale in luogo della famigerata legge Acerbo. La riforma fu approvata dal Parlamento nel febbraio del ’25, ma fu poi lasciata nel dimenticatoio e infme abrogata: Mussolini aveva sulle elezioni altri e ben più radicali progetti.
Lasciando da parte il paragone, invero arrischiato, resta comunque da chiedersi come si giustiticherebbe oggi una procedura cosl inconsueta.
Che cosa é cambiato rispetto a uno o due anni fa? Perché- l’uninominale a turno unico è improvvisamente tomato di moda? Perché il ballottaggio nazionale fra le due liste meglio piazzate - presentato a suo tempo come una grande conquista strappata a Berlusconi in sede di patto del Nazareno - è diventato il bersaglio privilegiato di tutti i critici della riforma?
Due sembrano essere i motivi principali. Il primo é pesante, ma non confessabile: è la paura di un successo del Movimento Cinquestelle che, stando ai sondaggi (non si sa quanto attendibili essendo le elezioni ancora lontane) avrebbe, col sistema oggi in vigore, la Vittoria a portata di mano.
Ma questo ovviamente non si può dire: sarebbe come ammettere che si fissano le regole non in base alla loro bontà e alla loro capacità di durare, ma in vista della prossima scadenza elettorale.
Del resto, le regole così concepite funzionano male e durano poco (la "1egge truffa" del ’53 non era in sé una  cattiva legge, ma era tagliata sulla mi- sura della coalizione centrista al governo).
La motivazione "ufficiale" si presenta come più nobile e teoricamente fondata. Chi la `fa propria pensa alla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum nel prossimo novembre: la combinazione fra una
legge elettorale maggioritaria e un’unica camera legislativa altererebbe gli equilibri istituzionali a vantaggio dell’esecutivo, mettendo a rischio lo stesso impianto parlamentare delsistema
Trovo l'argomentazione debole: la critica potrebbe essere rivolta a qualsiasi sistema maggioritario (non importa se di collegio o di lista, a turno unico o a doppio turno) in grado di far uscire dalle urne una maggioranza solida, investita dagli elettori: anche nel ballottaggio sono loro a decidere in ultima istanza. Non era questo l’obiettivo di tante battaglie volte a "restituire lo scettro al principe", ovvero al popolo sovrano?  E come si potrebbe raggiungere quel risultato in assenza di un meccanismo che obblighi ,gli elettori a una scelta netta eleggibile, in presenza di una contigurazione tripolare o multipolare delle forze in campo?
Se invece si decidesse che non vale la pena perseguire questo obiettivo, se si volesse restituire ai partiti la libertà di decidere la composizione delle maggioranze a prescindere dal risultato delle elezioni, alloratanto varrebbe tornare aimeccanismi e alle logiche della rappresentanza proporzionale.
Nell’Italia repubblicana ha funzionato per quasi mezzo secolo.
Ha il difetto non lieve di frammentare la rappresentanza e di espropriare l’elettorato del diritto alla decisione fnale. Ma almeno tutti capirebbero di che cosa si sta davvero parlando.

 


 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2016 09:13 )